“Prego, dottore!” Il Segugio sminuzza Ciancimino jr

A recensire il libro del momento stavolta è un  giornalista che scrive per dovere morale

   a cura di Sebastiano Gulisano

Chi mi conosce sa che ho sempre avuto molti dubbi sulla genuinità della collaborazione coi magistrati di Massimo Ciancimino, il rampollo di don Vito, l’ex sindaco mafioso di Palermo morto nel 2002. I dubbi, però, in certi ambienti non sono ammessi e, diversi mesi fa, per difendere l’avvocato Michele Costa, sprezzante nei confronti di Ciancimino, sono stato bollato come «provocatore» da alcune «agende rosse» che invece dubbi non ne hanno e che, addirittura, conoscono i «veri motivi» della strage di via D’Amelio.
Non so quanto di vero, quanto di verosimile e quanto di falso ci sia nelle dichiarazioni che da due anni e mezzo a questa parte, fra una contraddizione e l’altra, un aggiustamento e l’altro, Ciancimino jr distilla sapientemente, con una progressione degna di Hitchcock: il figlio minore di don Vito ha raccontato ciò che volevamo sentirci raccontare: la trattativa mafia-Stato per fermare le stragi c’è stata, l’hanno condotta Ciancimino sr (per Cosa Nostra) e gli ufficiali del Ros dei Carabinieri Mario Mori e Giuseppe De Donno (per lo Stato o pezzi di esso – con tanto di misterioso agente segreto, il fantomatico «signor Carlo-Franco», in contatto con tutti i protagonisti); Ciancimino padre e Bernardo Provenzano hanno consegnato Totò Riina allo Stato e, in cambio, don Binnu è stato lasciato latitare altri 13 anni, finché non lo ha acchiappato la Polizia. Non solo. A un certo punto don Vito è stato estromesso dalla trattativa (arrestato) e gli è subentrato Marcello Dell’Utri (per conto di Berlusconi, naturalmente). Paolo Borsellino aveva saputo della trattativa, s’era messo di traverso ed è stato eliminato. Tutto semplice, lineare, assolutamente verosimile. Senza contare che, a supporto della sua verità (che noi volevamo sentire – anch’io, sì), ha persino esibito una fotocopia del papello di richieste di Riina allo Stato, con tanto di post-it appiccicato, vergato da don Vito, dove c’è scritto che è stato consegnato al colonnello Mori, e persino un «contropapello» redatto dall’ex sindaco che voleva così rendere «accettabili» le «irricevibili e inaccettabili» richieste di quella «testa di minchia» di Totò u curtu.
Sorvoliamo sul fatto che il papello, benché contenesse proposte «irricevibili e inaccettabili», sia stato ugualmente consegnato a Mori e, dunque, non si capisce perché Ciancimino dovesse elaborare un «contropapello» dai contenuti «accettabili» e sorvoliamo anche sull’accettabilità delle proposte di don Vito.
Mentre leggevo i 23 verbali di Massimo Ciancimino depositati dai magistrati della procura di Palermo nel processo Mori-Obinu, non ho fatto che chiedermi chi avrebbe scelto jr per scrivere il suo libro, quale giornalista, chi fra Lirio Abate e Francesco Viviano, definiti più volte «amici». Invece l’ha fatto con Francesco La Licata, praticamente un’istituzione. E in apertura apprendiamo che jr è andato dal giornalista ancora prima di presentarsi ai magistrati, ché il suo interesse era il libro mica la giustizia; ma parlare coi magistrati e passare le “notizie” ad alcuni giornalisti si è rivelata una lunga campagna di promozione del libro stesso.
Ormai Ciancimino è un oracolo che manco Buscetta: sostiene candidati politici antimafiosi, lo invitano ai dibattiti alla festa dell’Unità, lo intervistano a ogni piè sospinto, va in tv più spesso di Berlusconi. Ciancimino è l’incarnazione della lotta alla mafia, una versione riveduta e corretta di Peppino Impastato, anche lui cresciuto in una famiglia mafiosa e che alla mafia si è ribellato. Certo, Peppino lo ha fatto da adolescente e ha pagato con la vita; Massimo lo ha fatto in età adulta e sta continuando a godersi i soldi sporchi di papà adeguatamente occultati. Ma non sottilizziamo: a un eroe del nostro tempo si possono concedere queste debolezze per i piccioli. Non sottilizzano i magistrati di Palermo, non sottilizzano le più prestigiose firme del giornalismo antimafia italiano, non sottilizzano le «agende rosse», mica posso sottilizzare io che, in confronto, non sono nessuno. Dunque, non sottilizzo.
In realtà m’è capitato di difenderlo, Ciancimino, l’anno scorso, da persone che lo attaccavano per partito preso, perché parla male del Ros, che oltre a essere un’istituzione intoccabile (hanno arrestato Riina), aveva al suo interno tanti amici degli “attaccanti”. E quando si attacca per principio, va a finire che difendo per principio. Malgrado i dubbi.
Fra gli “attaccanti” c’era un bloggher, tale Enrix il Segugio, uno attento ma che si abbevera troppo a fogliacci come il Giornale o Libero, da me etichettato come «amico dei Ros» (e io non credo alla versione di Mori e De Donno sulla trattativa, anzi non-trattativa): qualche volta abbiamo battibeccato nel suo blog, qualche altra nel mio. Una volta, però, ho dovuto fargli i complimenti, quando ha dimostrato che una delle fotocopie consegnate da Ciancimino jr ai magistrati era frutto di un maldestro bricolage: una presunta lettera di Provenzano a Silvio Berlusconi, passata attraverso don Vito e rimasta nella disponibilità di jr; una di quelle lettere che mandano in sollucchero le redazioni dei giornali che possono sparare dei bei titoloni vendibili. Se penso che quel foglio è stato sotto il caso di tutti i pistaroli nostrani e nessuno s’è accorto di nulla, mi rendo conto che i pistaroli scrivono solo ciò che gli allungano le loro fonti (e ultimamente gli rifilano certe bufale…), però passano per «giornalisti d’inchiesta».
Be’, in questa storia delle dichiarazioni e dei «documenti» di Ciancimino ho letto due sole inchieste: una l’ha scritta Enrix, l’altra l’ho scritta io. Due bloggher. In realtà sarei anche giornalista, ma negli ultimi cinque anni ho scritto quasi esclusivamente in pagine personali su intenet e, dunque, posso tranquillamente definirmi bloggher.
Enrix si chiama Enrico Tagliaferro e su quella «lettera» ha raccolto altri elementi e ha scritto un libro ultradocumentato in cui smantella la leggenda del ricatto di Provenzano a Berlusconi: se non mi metti a disposizione una delle tue tv ammazzo tuo figlio. Una leggenda inventata da Ciancimino jr per compiacere i magistrati della Procura di Palermo, forse predisposta dallo stesso Massimo anni prima e poi perfezionata nella fase della «collaborazione», per la felicità di alcuni giornalisti, di quelli con la G maiuscola, che non sanno di essersi ridotti a passacarte acritici. E per la felicità di coloro che sanno «la verità» sulle stragi del 92-93. L’importante è che si parli male di Berlusconi.
Be’, Enrico Tagliaferro s’è dimostrato un vero Segugio e ha sfornato un libro di 142 pagine, autoprodotto, in cui fa a pezzettini la leggenda e lo stesso dichiarante: Prego, dottore! Le lettere della mafia a Silvio Berlusconi nella mitopoiesi di Massimo Ciancimino, un libro acquistabile in rete e di cui non vi parleranno mai i «nemici di Berlusconi» (così, dopo essere diventato «provocatore», cioè amico dei mafiosi, va a finire che mi ritroverò anche «amico di Berlusconi»). Un libro che non sarà mai presentato a nessuna festa dell’Unità, perché sminuzza l’ultimo eroe dell’antimafia delle anime belle, di chi si fida ciecamente (o perché gli fa gioco) di una patente di credibilità che a Ciancimino è stata conferita da magistrati esposti e seriamente impegnati nella lotta alla mafia (ma su questo con Enrico mi sa che non siamo d’accordo, ché gli «amici dei Ros» detestano Antonio Ingroia) e, dunque, affidabili per definizione. Invece stavolta l’hanno combinata grossa (per Nino Di Matteo non sarebbe la prima volta, visto che può vantare il precedente di Scarantino) e prima rimediano al danno che hanno fatto, meglio sarà per tutti. Soprattutto per la verità e la giustizia.

Sebastiano Gulisano

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